Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”


Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..

“ Non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie “

Pino Ciampolillo


lunedì, aprile 16, 2018

Rifiuti, Catania è il laboratorio della mafia Sicilia seconda per illegalità ambientale SALVO CATALANO

Rifiuti, Catania è il laboratorio della mafia  Sicilia seconda per illegalità ambientale 

SALVO CATALANO 

CRONACA – Ciclo del cemento, agromafie, spazzatura, incendi e delitti contro la fauna. Sono il cuore del business della criminalità organizzata. Reati fotografati dal dossier Ecomafia 2013 di Legambiente, in cui l'isola scalza la Calabria dal secondo posto per numero di infrazioni accertate. Il settore più redditizio resta quello dei rifiuti, dove Cosa Nostra ha trovato nuove e più sofisticate modalità di infilitrazione, sperimentate per la prima volta nel Catanese. Ma tutta la Sicilia è coinvolta: da Bellolampo a Palermo e San Filippo del Mela con l'amianto, ai cantieri navali di Messina

Aumenta il business, che tocca 16,7 miliardi di euro, cresce il numero dei clan coinvolti (sei in più) e quello dei Comuni sciolti per mafia, emergono nuove e raffinate modalità criminali. Le ecomafie non conoscono recessione, soprattutto nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. E' impietosa la fotografia scattata da Legambiente nel rapporto Ecomafia 2013, Storie e numeri della criminalità ambientale. L'isola guadagna una posizione nella classifica nazionale, scavalcando la Calabria e salendo dal terzo al secondo posto. L'11,8 per cento delle infrazioni ambientali accertate in Italia sono state registrate in Sicilia (poco più di 34mila), che conquista il non invidiabile primato nei delitti contro la fauna e si piazza nei primi quattro posti a livello nazionale nelle classifiche sull'illegalità nel ciclo del cemento, per incendi dolosi e colposi e nel settore dei rifiuti. Proprio quest'ultimo rimane il core business delle organizzazioni criminali: da qui deriva il 15 per cento della ricchezza delle ecomafie ed è terreno per nuove sperimentazioni che vedono coinvolta, come laboratorio privilegiato, proprio la provincia di Catania.
Cosa Nostra ha trovato l'ultima frontiera della Rifiuti spa: la falsificazione di documenti per far figurare operazioni di raccolta differenziata in realtà mai avvenute, a cui si aggiunge il finto riciclo, tentativi di dare un volto pulito a veri e propri smaltimenti illegali di rifiuti, anche quelli speciali e altamente pericolosi. «Ancora una volta - sottolinea la relazione - com’è accaduto per le energie rinnovabili, si cerca di cannibalizzare un nuovo e promettente segmento economico, per accumulare profitti illeciti, o evitare penali nel caso di mancato raggiungimento degli obiettivi». Nel corso del 2012 la magistratura ha fatto luce per la prima volta su due sistemi di questo tipo, entrambi nel Catanese: a Caltagirone e nei centri gestiti dall'Ato Kalat ambiente e nei comuni ionici con l'operazione Nuova Ionia.
Erano false le invidiabili percentuali di raccolta differenziata raggiunte dai paesi del Calatino. Nel maggio scorso un'indagine della Procura etnea ha colpito amministratori e tecnici della Kalat ambiente, la società che si occupava della gestione integrata dei rifiuti, e i responsabili locali delle due ditte che espletavano il servizio: la Aimeri ambiente (al centro anche delle cronache dell'area ionica) e la Agesp Spa. L'accusa è di aver frodato i Comuni attestando percentuali di differenziata, anche del 70 per cento, in realtà inesistenti. Il laboratorio della truffa sarebbe stato il centro di compostaggio e di trattamento della frazione secca di Grammichele. Qui venivano portati rifiuti di ogni tipo, mischiati per cambiarne la natura e rivenduti agli agricoltori come compost di qualità, creando un danno all'ambiente e ai cittadini. E sempre Caltagirone è stata la sede della truffa legata al pastazzo di agrumi, che può essere utilizzato come sottoprodotto nel settore agricolo e zootecnico, ma solo a certe condizioni che non si sarebbero verificate.
Giarre e nei comuni ionici il sistema era ancora più articolato e coinvolgeva funzionari pubblici, assessori e sindaci, come svelato dall'indagine Nuova Ionia, durata quattro anni e conclusa con arresti e sequestri milionari. «Sembrano lontani anni luce i tempi in cui era lo stesso Comieco (Consorzio nazionale recupero e riciclo degli imballaggi a base di cellulosica) a premiare l’amministrazione comunale di Giarre per la straordinaria performance ottenuta in tema di raccolta differenziata - ricorda Legambiente - Risultati che lanciavano la cittadina etnea a pieno titolo nell’esclusivo club dei comuni italiani virtuosi nella raccolta differenziata di carta e cartone. A distanza di quattro anni, però, il sogno sembra sfumare». A dirigere le attività di Cosa Nostra nella gestione del ciclo dei rifiuti sarebbe stato Roberto Russo, esponente spicco e parte del direttorio del potente clan locale dei Cintorino di Calatabiano. E' anche intercettando le sue telefonate con funzionari e amministratori che gli investigatori scoprono, anche qui,  la truffa della differenziata: formulari della raccolta e del conferimento con numeri inesistenti per mostrare un'efficienza non corrispondente alla realtà e, allo stesso tempo, costringere i Comuni a ricorrere alle procedure di somma urgenza per rimuovere microdiscariche e pulizie straordinarie, affidando l'incarico e ditte riconducibili allo stesso clan, nonostante i servizi fossero regolarmente appaltati e pagati all'Aimeri.
Così Russo si rivolgeva all'ex assessore all'Ecologia di Giarre, Piero Mangano, accusato di corruzione aggravata, a proposito della gestione dell'umido: «Ora devi dire grazie a me, ah! Te ne ho caricato di formulari di altri paesi». La falsificazione portava notevoli profitti al clan e all'Aimeri, che, sottolineano gli investigatori, «ha evitato di pagare le penali derivanti dal mancato raggiungimento della raccolta differenziata». «Mi raccomando - diceva un esponente del clan Cintorino al responsabile locale della ditta - Roberto questa cosa la deve curare bene, ah! Dobbiamo essere più sperti di loro... Li dobbiamo fottere alla grande! È facile arrivare; certo, se ne va un po’ di tempo, però pazienza... Lo dobbiamo sapere io e lei e basta!».
E se il Catanese è stato il laboratorio per le nuove modalità criminali, nelle altre province siciliane si registrano irregolarità tradizionali, ma non meno gravi, del ciclo dei rifiuti. Il Tribunale di Palermo ha dichiarato fallita l'Amia, la società municipalizzata che gestisce il servizio nel capoluogo e che negli ultimi dieci anni avrebbe accumulato un debito di 180milioni di euro. Mentre la Procura a febbraio del 2013 ha sequestrato la discarica di Bellolampo per l’ipotesi di disastro ambientale, causato dalla formazione di un enorme lago di percolato che ha contaminato le falde acquifere sottostanti la discarica. «Decisione necessaria – ha spiegato il procuratore capo Francesco Messineo – Perché il percolato si è infiltrato nelle falde acquifere e rappresenta un pericolo per gli abitanti».
C'è il problema dello smaltimento illecito di rifiuti fognari che non risparmia neanche la spiaggia di Sampieri e quella di Fornace, nel Ragusano, famosa in tutto il mondo per la fiction del commissario Montalbano. A gennaio del 2013 i giudici di Catania hanno sequestrato due villaggi turistici, dopo che le indagini coordinate dalla Procura distrettuale antimafia di Catania avevano riscontrato ripetuti episodi di inquinamento a mare.
E infine c'è lo scottante capitolo dello smaltimento dei rifiuti speciali, camuffati come non pericolosi dalla criminalità organizzata. Succede a San Filippo del Mela, nel Messinese, dove è in corso una strage silenziosa. Dei 220 dipendenti della ditta Sacelit che produceva eternit, 113 sono già morti a causa di malattie direttamente collegabili all'inalazione dell'amianto. Ma come se tutto questo non bastasse, continua lo smaltimento illecito dei rifiuti dell'ex cantiere. Tra il 2007 e il 2009 i prodotti contaminati sarebbero stati smistati come rifiuti normali in tre discariche: a Priolo, Gavignano e Lamezia Terme. Undici imprenditori sono indagati con l'accusa di traffico illecito di rifiuti pericolosi in concorso. E, sempre a Messina, una recente inchiesta dell'aprile 2013 colpisce i cantieri navali della zona Falcata. Qui gli investigatori hanno scoperto che dal 2006 in poi sono state smaltite 2.200 tonnellate dei residui altamente inquinanti ottenuti dopo la smerigliatura delle pareti interne ed esterne delle navi. Quella sabbia, che rimane dalla pulizia della vernice, della ruggine e di tutto il materiale che rimane attaccato alle imbarcazioni e che contiene metalli pesanti, sarebbe stata trasportata da ditte compiacenti presso impianti di recupero della zona come semplice materiale misto di demolizione, o addirittura disperso in luoghi ignoti. Secondo l'Arpa, questo sistema, che ha prodotto all'azienda napoletana un profitto di 226mila euro, ha contaminato il suolo in profondità.
[Foto di Marisa Citrano  

http://catania.meridionews.it/articolo/9338/rifiuti-catania-e-il-laboratorio-della-mafia-sicilia-seconda-per-illegalita-ambientale/

CASTELLAMMARE DEL GOLFO: LA LOGGIA ENRICO, ABUSIVO “A SUA INSAPUTA”

 by  · in Notizie dall'Italia





Cala Dell’Ovo è una delle zone più belle della costa che divide Castellammare del Golfo da Scopello e dalla riserva naturale dello Zingaro. E’ la zona che parecchi anni addietro venne “salvata” dalla cementificazione selvaggia, e dalla speculazione edilizia che anche imprese vicine alla mafia avevano programmato di compiere. Quella marcia fece nascere la riserva naturale dello Zingaro, bloccò cantieri e ruspe che erano già in movimento, ciò che esisteva già non è stato toccato, nessuna demolizione, ma semmai i “paletti” posti dalle norme di tutela ambientale e paesaggistica impedirono che si potesse continuare con il costruire. Ma ovviamente ci fu chi tentò di continuare a realizzare insediamenti abitativi, villette, profittando di una norma sopravissuta a tante leggi di tutela che consente di ricostruire manufatti laddove ne esistevano altri purchè venisse rispettata volumetria e originario impatto ambientale. O anche di recuperare l’esistente quando parecchio degradato senza ricorrere alle demolizioni. Tra le pieghe di questa norma nel 2003 un personaggio eccellente della politica, l’ex presidente dei senatori di Forza Italia ed ex ministro degli Affari Regionali, il palermitano Enrico La Loggia, tentò, assieme alla moglie, comproprietaria di un immobile proprio affacciato sul mare di Scopello, di recuperare un’antica abitazione. La concessione prevedeva il recupero ma quando i forestali andarono a fare una ispezione si resero conto che l’immobile era stato demolito e se ne stava costruendo uno del tutto nuovo. Scattò il sequestro, La Loggia e consorte finirono indagati, l’allora ministro La Loggia si difese sostenendo che “a sua insaputa” si era demolito e si stava costruendo ex novo. La tesi di La Loggia venne accolta dal giudice che alla fine di quel processo condannò il solo progettista e direttore dei lavori, architetto Vittorio Giorgianni che si assunse ogni responsabilità, spiegando che in corso d’opera, durante i lavori di recupero, si era avuto un cedimento che inevitabilmente condusse alla demolizione del vecchio manufatto. In una nota poi il ministro La Loggia ricostruì i fatti, ricordando che sua moglie «affidò ad uno stimato professionista palermitano l’incarico di predisporre, in presenza di un grave pericolo di crollo, tutta la documentazione nonchè il progetto tecnico per la ristrutturazione dell’immobile in questione». Lo stesso immobile – ricordò La Loggia – era stato peraltro acquistato con allegata perizia del tribunale che ne comprovava la precarietà strutturale – ad una vendita giudiziaria. «Con una articolata memoria, i difensori – aggiunse La Loggia – avevano già dimostrato l’assoluta regolarità dei lavori». E concluse dicendo «sarò lieto che ci sarà una circostanza (il processo ndr) nella quale si chiarirà finalmente questa vicenda che, per me, ha veramente dell’incredibile». La Loggia e la moglie non furono condannati, l’arch. Giorgianni si, “un tecnico preparato – chiosò il pm Palmeri nell’appello presentato contro la sentenza (appello poi respinto) come il progettista ed un ministro della Repubblica – stigmatizzò il pm – non potevano non conoscere precisi e logici obblighi di legge”.
Capitolo chiuso? Niente affatto. L’oramai ex ministro La Loggia pare tenga così tanto a quel luogo che è tornato a chiedere autorizzazione edilizia per ricostruire. Pensando forse che nel frattempo l’oblio poteva avere cancellato ogni ombra che si era addensata su quel cantiere. Ma adesso è scattato un sequestro bis, perché pare che tutto sia attorniato dall’originaria illegittimità. Lo scorso 5 aprile i carabinieri hanno nuovamente sequestrato quel cantiere. Stessi indagati, ex ministro e consorte, progettista e direttore dei lavori, arch. Giorgianni, identica impresa. Iscritta nel registro degli indagati anche il dirigente dell’Utc del Comune di Castellammare del Golfo, ing. Francesca Usticano. Una incredibile serie di violazioni ma stavolta si sarebbe provato che la ricostruzione (semmai possa essere compiuta, per la Procura questa non può avvenire in modo così automatico con la sola restituzione della proprietà, così come fu deciso a conclusione di quel processo) stava avvenendo con la costruzione di una volumetria superiore a quella esistente.


Insomma altro sequestro, altro processo si profila all’orizzonte, e probabilmente l’ex ministro la Loggia si appresta a ripetere che tutto ciò stava avvenendo “a sua insaputa”.




Abuso edilizio, indagato La Loggia

I CARABINIERI il 5 aprile scorso hanno sequestrato la casa al mare di Enrico La Loggia, ex parlamentare ed ex ministro. Avviso di garanzia per lui, per la moglie Maria Elena Woodrow, per l' impresa, per il progettista Vittorio Giorgianni e per Francesca Usticano, responsabile dell' ufficio tecnico del comune di Castellammare del Golfo. Una villa davanti le acque blu di Scopello - a un passo dalla riserva naturale dello Zingaro, località Cala dell' Ovo, fra l' antica Tonnara e Cala Mazzo di Sciacca, in una zona protetta da vincoli rigidissimi - che da 10 anni fa tribolare il politico palermitano. Già nell' aprile 2003, infatti, all' apertura del primo cantiere scattò il sequestro per abusivismo - bisognava consolidare la costruzione preesistente e non buttarla giù rifacendone un' altra. La Loggia fu accusato di aver iniziato i lavori senza concessione edilizia, nulla osta dei Beni Culturali, progetto esecutivo e senza denuncia di avvio al Genio Civile. Più o meno le accuse di oggi. L' allora ministro agli Affari regionali finì a giudizio con la moglie Maria Elena Woodrow e progettista Giorgianni, già assessore provinciale all' Ambiente per il centrodestra a Palermo. Alla fine l' unico condannato per violazione dei vincoli fu il progettista. Poi dieci anni di oblio. Fino a pochi mesi fa quando ha riaperto il cantiere: stessa impresa e stesso architetto. Le fondazioni dell' abuso di 10 anni fa ora diventano la struttura di una casa a due piani con travi e scale di cemento. La Procura di Trapani ritiene illegittime le concessioni in sanatoria rilasciate dal Comune di Castellammare così come la comunicazione alla Sovrintendenza. L' ingegnere responsabile dell' ufficio tecnico di Castellammare, Francesca Usticano, garantisce la regolarità della nuova concessione citando la s e n t e n z a d e l C g a d e l 25/05/2009, numero 481. «E' tutto a posto», dice. Non la vede così Angelo Di Marca, di Legambiente Sicilia, sulla stessa linea della Procura
Isola Pulita: INTERPELLANZA Chiarimenti sulle inadempienze riguardanti il Piano Regionale di Risanamento della Qualità dell’Aria


CASTELLAMARE DEL GOLFO,LA LOGGIA ENRICO,ABUSIVISMO,USTICANO FRANCESCA, DI MARCA ANGELO,LEGAMBIENTE,














 





Irsap, tutti nomi dei membri del Cda

REDAZIONE 
ECONOMIA – Si arroventa il clima all'ars sul blitz di confindustria sicilia che ha portato alla nomina di alfonso cicero quale presidente del cda dell'irsap,  l'ente che ha inglobato le 11 asi siciliane (aree di sviluppo industriale).
Si arroventa il clima all'Ars sul blitz di Confindustria Sicilia che ha portato alla nomina di Alfonso Cicero quale Presidente del Cda dell'Irsap,  l'ente che ha inglobato le 11 Asi siciliane (aree di sviluppo industriale).
Ieri già era successo un mezzo putiferio quando i deputati della Commissione Attività Produttive hanno scoperto che, mentre l'assessore al ramo, Linda Vancheri, dava la sua disponibilità a discutere del ddl che avrebbe dovuto ridisegnare la governance dell'ente, sottobanco procedeva alla nomina di Cicero (ve lo abbiamo raccontato qui).
Oggi la situazione appare ancora più contorta. Stamattina, infatti, i deputati hann verificato che la nomina non solo è prevista da un decreto assessoriale, ma è stata 'ratificata' da una delibera di Giunta del 23 Luglio scorso.
In buona sostanza, mentre lady Confindustria Sicilia, incontrava la Commissione Attività Produttive, le nomine erano già state fatte e approvate da tutto l'esecutivo regionale. Diciamo che i parlamentari si sentono un po' presi per i fondelli.
In ogni caso, la delibera è attesa al varco della Commissione Affari Istituzionali e si prevedono fuochi d'artificio.
Questi i nomi dei componenti del Cda nominati dal Governo Crocetta:
Alfonso Cicero, Presidente
Rosario Andreanò
Rosa Montalto (commercialista palermitana)
Filippo Ribisi (Presidente Confartigianato Sicilia)
Giuseppe Russello
Pubblicheremo a breve i loro curricula.
Irsap, il blitz di Confindustria  Irsap: l’uomo di Confindustria Sicilia nel mirino del Tar Irsap, dalla Cgil un ‘siluro’ a Cicero Irsap, 500mila euro per la sede a Caltanissetta: ecco l’esposto alla Corte dei Conti Cicero bacchettato dal Tribunale del Lavoro: “Pretestuoso” il licenziamento di Callari Irsap, domani la resa dei conti tra sedi che fioriscono e concorsi ‘straordinari’ Il Pd, la questione morale e i “Professionisti dell’antimafia 2.0?
http://palermo.meridionews.it/articolo/20425/irsap-tutti-nomi-dei-membri-del-cda/ 





BARRESI, BIANCHI, CALLERI, CARTABELLOTTA, CORSELLO, CUFFARO, FIUMEFREDDO, GIAMMANCO, INGROIA, IRFIS, IRSAP, LO  CICERO, LO BELLO, Lombardo, LUMIA, Marino, MONTANTE, SCILABRA, TOZZO, VENTURI, 







  •    CORSELLO E MONTEROSSO NEI GUAI  L'EUROPA VUOLE INDIETRO TRE MILIONI  



  • TUTTI GLI UOMINI (E LE DONNE) DEL PRESIDENTE CATALOGO GIUDIZIARIO DEL CERCHIO MAGICO
  • ARNONE GIOVANNI REVOCA INCARICO GULLO BOLOGNA CORSELLO MONTEROSSO LUPO GIAMMANCO GELARDI FEBBRAIO 2013.

·         Anna Rosa Corsello sostituisce Albert Ma in giunta si parla di patto di stabilità

http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.it/2014/04/m5s-gestione-rifiuti-dirigente.html

·         Patrizia Monterosso nuovo capo   di gabinetto di Raffaele Lombardo

http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.it/2014/04/il-fantasma-di-lombardo-live-sicilia.html 
  • L'INCHIESTA SUL FLOP-DAY, ANNA ROSA CORSELLO: "AI MAGISTRATI HO CONSEGNATO LE CARTE E SPIEGATO TUTTO"

·         IL RITORNO DELLA CORSELLO

http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.it/2015/07/appunti-su-isola-delle-femmine-e.html

·         REGIONE, MOTO PERPETUO AI VERTICI  COME CROCETTA MACINA I DIRETTORI GENTE CHE VA, GENTE CHE VIENE

http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.it/2015/03/regione-moto-perpetuo-ai-vertici-come.html


      ·         BUFERA SULLA MONTEROSSO CONDANNATA. CROCETTA: "RIMUOVERLA SAREBBE UN ABUSO"










Rifiuti, Catania è il laboratorio della mafia Sicilia seconda per illegalità ambientale SALVO CATALANO


AGESP,AIMERI AMBIENTE, Bellolampo, CANNOVA, CROCETTA, CUFFARO, DI PASQUALE CLAUDIA, FODERA' PIETRO, LUPO, Marino, MARSALA, MONTANTE, OIKOS, Orlando, PALERMO, PICONE, RANUCCI, Report, SICILFERT, TMB,

2015 11 GIUGNO ordinanza 60 SINDACO STEFANO BOLOGNA 191 AGESP SER ECO SRL SICILFERT 24 AIMERI AMBIENTE MARSALA FODERA' PIETRO PICONE

2015 11 GIUGNO ordinanza 60 SINDACO STEFANO BOLOGNA 191 AGESP SER ECO SRL SICILFERT 24 AIMERI AMBIENTE MARSALA FODERA' PIETRO PICONE 














Il 26 giugno 2015 sarà una data che il mondo intero non
dimenticherà mai. L’odio ha invaso le menti di uomini che non sono più uomini.
Ha costruito un’atmosfera di paura e di diffidenza. Le peggiori emozioni che
allontanano dalla speranza di un futuro. Siamo spaventati, terrorizzati e
deboli. Io inizio ad avere paura perchè al di là della mia fiducia in Cristo ed
al suo immenso amore non ho più fiducia in una politica che dovrebbe
proteggerci e coltivare amore fraterno fra popoli. Cosa distingue in fin dei
conti questi uomini: forse solo la violenza fisica, perché per il resto
purtroppo è come se ci violentassero psicologicamente sottraendoci quella poca
speranza che ci rimane mantenendo il loro potere finalizzato alle loro
speculazioni economiche . Lo noto in Europa ma ancora di più in Italia. La
nostra incolumità è nelle mani  del Ministro Alfano al quale non affiderei
 neanche la mia Lola (il mio cagnolino). Ed al di la degli annunci del
governo di fuoriuscita dalla crisi, ancora oggi ci sono imprenditori che si
tolgono la vita ed aumento della disoccupazione allarmante soprattutto fra i
giovani. E noi? Il vero problema è che noi non ci crediamo più, ed aspettiamo
inermi che questa spina si stacchi. Oggi per esempio l’Avvocato Caleca l’ha
staccata, finalmente ha avuto coraggio e dignità, tipica di un professionista
per bene come lui. Posso anche immaginare la contentezza quando ha ricevuto
l’incarico prestigioso e la delusione nel non poter far nulla per cambiare le
cose. Ma da Lei, caro avvocato mi aspettavo di più, forse che sin da subito non
si prestasse a questo incarico già dall’inizio perdente, perché perdente è la
politica regionale e se lei dichiara che siamo tornati al passato, la voglio
rassicurare che siamo andati ben oltre forse nel trapassato e lo siamo già da
anni. Questa terra ancora lo deve gustare un po’ di futuro, ma non sarà
sicuramente con una generazione di politici che non fa politica, ma  si
attacca a quella maledetta poltrona che sa ormai di vecchio, di stantio, e che
noi popolo stanco e maltrattato non guardiamo più con rispetto. Per non parlare
della parola “antimafia” . Potremmo pensare che questa parola “abbonda sulla
bocca degli stolti” una parola così ricca di contenuto, di speranza, di futuro,
ridotta al solo scopo di un altro poltronificio pseudo politico. Dove tutto è
permesso a chi la nomina, anche arrivare a posti di potere modificando a
piacimento il loro curriculum perché a queste persone è tutto permesso.

“Legalità, povera legalità, tanto inneggiata e tanto
calpestata. Speranza mia, speranza nostra. Tanto la mia terra ti coltiva e
tanto il nostro cuore arido ti brucia. La mia dignità di uomo libero ti
inneggia, la loro meschinità di uomini fasulli ti uccide.”

Questa voce è stata pubblicata il 26
giugno 2015.















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Mafia, continua processo a Marsala. "Rifiuti illegali", in aula le intercettazioni

Mafia, continua processo a Marsala. "Rifiuti illegali", in aula le intercettazioni



Continua spedito il processo alla mafia marsalese scaturito dall’operazione The Witness. Oggi si torna in aula per scorrere il lungo elenco di testi chiamati a deporre, tocca a quelli convocati dalla difesa degli imputati. E alla sbarra ci sono Antonino Bonafede, vecchio “uomo d’onore”, Martino Pipitone, ex impiegato di banca anche lui in passato arrestato per mafia, e il pastore incensurato Vincenzo Giappone. Nell’ultima udienza è stata trattata l’ipotesi di intestazione fittizia.Quattro i testi ascoltati. E cioè quelli citati dall’avvocato Stefano Pellegrino, difensore di Pipitone. E’ lui, infatti, l’imputato accusato di intestazione fittizia. Sul pretorio sono saliti un consulente e un fiscalista, Luca Indelicato e Baldassare Ferro, che hanno detto che quando fu costituita la ditta di commercio all’ingrosso di materiale ferroso che per l’accusa era in realtà dell’imputato ebbero a che fare “solo” con i coniugi Sebastiano Angileri e Vita Maria Accardi, già condannati con rito abbreviato dal gup di Palermo. Due clienti, Cordio e Altomonte, hanno poi riferito che Pipitone “era magazziniere addetto alle vendite”.

Aimeri, Sicilfert e i “rifiuti illegali”. In aula le intercettazioni con Papania

Va avanti, ed entrano in scena intercettazioni che potrebbero essere determinanti, il processo, in Tribunale, a Marsala, scaturito dall’indagine Dda sul sistema, secondo l’accusa “illegale”, di raccolta e smaltimento dei rifiuti gestito dall’Ato Tp1. Oggi infatti verrà dato l’incarico al perito che dovrà trascrivere, come chiesto dal pm Carlo Marzella, una parte delle conversazioni intercettate tra Alestra e l’ex senatore del Pd Nino Papanìa.
Durante l’ultima udienza il sindaco di Erice Giacomo Tranchida è stato ascoltato come teste d’accusa, Un’indagine scattata anche su denuncia del sindaco della vetta, che in aula ha detto: “Ho fatto svolgere le verifiche direttamente ai cittadini. E’ stata una sorta di indagine per vedere se l’Aimeri svolgeva il servizio di raccolta dei rifiuti correttamente o no. E dopo avere raccolto una serie di informazioni, ho segnalato quanto emerso all’Ato affinché venissero disposte le penalità”. Nel processo sono imputati l’ex direttore dell’Ato Tp1, Salvatore Alestra, il direttore dell’area Sud dell’Aimeri Ambiente, Orazio Colimberti, entrambi accusati di corruzione, il capo impianto del cantiere di Trapani, Salvatore Reina, nonché Michele Foderà, amministratore di fatto della “Sicilfert” di Marsala, Pietro Foderà, socio e responsabile dei conferimenti alla Sicilfert, e Caterina Foderà, responsabile amministrativo della stessa azienda, che nello stabilimento di contrada Maimone trasforma i rifiuti in fertilizzanti. Alestra, secondo l’accusa, non avrebbe denunciato i “disservizi” di Aimeri per ottenere favori da Colimberti (a mediare tra Ato e Aimeri ci sarebbe stato l’allora senatore del Pd Nino Papania), mentre agli altri è contestato il conferimento e il traffico “illecito” di oltre 47 mila tonnellate di rifiuti. Tranchida, comunque, ha risposto solo ad alcune domande a “chiarimento” fatte dall’avvocato difensore di Alestra (Vito Agosta) e del legale di parte civile del Comune di Erice. Per il resto, si è deciso di acquisire al dibattimento i verbali delle precedenti dichiarazioni rese agli inquirenti. Stessa cosa è stata fatta anche per le dichiarazioni dell’ex sindaco di Calatafimi, Nicolò Ferrara. Nel processo, sono parti civili il ministero dell’Ambiente, i Comuni di Marsala, Erice e Paceco, rappresentati rispettivamente dagli avvocati Angelo Nicotra, Luigi Cassata, Enzo Ranno e Vincenzo Maltese. E inoltre le associazioni “Codici” Onlus, Sicilia e Ambiente, il Movimento difesa del cittadino, Wwf e Legambiente, con gli avvocati Gandolfo, Bambina e Pipitone. A difendere gli imputati sono Massimo Mattozzi, Diego e Massimiliano Tranchida, Vito Agosta, Valentina Castellucci, Giuseppe Cavasino e Paolo Paladino. Dall’indagine della Dda è sostanzialmente emerso che l’Aimeri Ambiente “sin dall’inizio” non avrebbe differenziato i rifiuti, vanificando così l’opera di migliaia di cittadini, ai quali, per altro, negli ultimi anni sono state recapitate bollette sempre più salate. A Marsala praticamente triplicate nel giro di un triennio. Il nuovo sistema, infatti, ha visto aumentare a dismisura, come evidenziato dalla commissione consiliare d’inchiesta presieduta dal socialista Michele Gandolfo, il costo di raccolta e smaltimento dei rifiuti. E la ‘’differenziata’’, che ha richiesto l’impiego di un maggior numero di netturbini, secondo gli investigatori, in realtà non sarebbe stata attuata. Vanificando così anche l’impegno di quei cittadini che, quotidianamente, hanno separato i vari tipi di rifiuti. 

Malocchio ed estorsioni. Oggi la sentenza

Dovrebbe arrivare oggi la sentenza al processo che vede imputati un petrosileno e un mazarese per estorsione. Un’estorsione (o una truffa come il pm Trainito ha chiesto di riqualificare il reato) commessa minacciando un male che trova la sua ragion d’essere solo nell’ignoranza e nella superstizione. Marco Buffa, 42 anni, di Petrosino, e Antonino Manciaracina, di 50, di Mazara, avrebbero, infatti, ottenuto ben 6 mila euro dalla titolare di un bar paninoteca di via Marsala, a Mazara, dicendole che aveva addosso il “malocchio” e loro potevano eliminare il problema se lei avesse pagato. Per Buffa e Manciaracina, il pubblico ministero ha chiesto un anno e mezzo di carcere e 800 euro di multa. Vittima della presunta estorsione/truffa è stata una signora di Mazara, che per paura, spiega il legale di parte civile, avvocato Antonella Figuccia, ha pagato, “impegnando anche una collana d’oro del marito e attingendo a denaro che la figlia aveva avuto in regalo”. “Ti faremo chiudere il locale” sarebbe stata la minaccia. Un giorno, Manciaracina avrebbe fatto finta di sentirsi male dentro il suo locale per poi convincerla che “c’erano gli spiriti”. A un certo punto, però, per fortuna, la vittima ha capito quelle che le stava accadendo. “Tutta Mazara ha riso di me” ha detto quando è stata ascoltata nel processo. A difendere i due imputati sono gli avvocati Luisa Calamia e Marilena Messina. “Nessun cliente del locale – ha affermato quest’ultima – ha assistito a minacce”.

Mafia, continua processo a Marsala. "Rifiuti illegali", in aula le intercettazioni

AGESP,AIMERI AMBIENTE, Bellolampo, CANNOVA, CROCETTA, CUFFARO, DI PASQUALE CLAUDIA, FODERA' PIETRO, LUPO, Marino, MARSALA, MONTANTE, OIKOS, Orlando, PALERMO, PICONE, RANUCCI, Report, SICILFERT, TMB,

2016 12 APRILE REALIZZAZIONE E GESTIONE DI UN IMPIANTO DI COMPOSTAGGIO E SMALTIMENTO DI RIFIUTI NON PERICOLOSI E AIA SICILFERT VIVAI DEL SOL



2016 12 APRILE Realizzazione e gestione di un impianto di
compostaggio e smaltimento di rifiuti non pericolosi e AIA SICILFERT VIVAI DEL
SOL

Cons. giust. amm. Reg. Sic.
3 novembre 2017, n. 472 - Zucchelli, pres.; Gaviano, est. - Sicilfert s.r.l.
(avv. Comandé) c.
Assessorato regionale
dell'energia e dei servizi di pubblica utilità della Regione Siciliana e
Assessorato regionale del territorio e dell'ambiente della Regione Siciliana
(Avv. distr. Stato) ed a. Sanità pubblica –
Impianto di compostaggio e
smaltimento di rifiuti - Realizzazione e gestione di altro impianto di
compostaggio e smaltimento di rifiuti non pericolosi ubicato a circa tre
chilometri di distanza - Autorizzazione - AIA - Necessità. (Omissis)
FATTO e DIRITTO
1 Con ricorso al T.A.R. per
la Sicilia notificato il 12 aprile 2016 e
ritualmente depositato la s.r.l. SICILFERT, titolare
di un impianto di compostaggio e smaltimento di rifiuti, impugnava l’autorizzazione rilasciata alla s.r.l. Vivai del
Sole
, ai sensi dell'art. 208 del d.lgs. n. 152/2006, in variante allo
strumento urbanistico del Comune di Marsala, per la realizzazione e gestione di
un impianto di compostaggio e smaltimento di rifiuti non pericolosi (per le
operazioni R3 e R13 di cui all'allegato C del d.lgs. n. 152/06) ubicato a circa tre chilometri di distanza dal proprio,
titolo accordato mediante decreto dirigenziale n. 68
del 28 gennaio 2016
dell’Assessorato Regionale dell’Energia e dei
Servizi di Pubblica Utilità della Regione Siciliana - Dipartimento Regionale
dell'Acqua e dei Rifiuti pubblicato nella G.U.R.S. del 19 febbraio 2016.
Con il ricorso venivano
altresì impugnati:
- il parere positivo
espresso sulla realizzazione del progetto dalla Conferenza di Servizi convocata
ex art. 208 d.lgs. cit. dal Libero Consorzio comunale di Trapani (già Provincia
Regionale di Trapani), in considerazione dell'asserita carenza di tale
tipologia di impianti all'interno del territorio provinciale;
- la deliberazione del
Consiglio comunale di Marsala n. 9 del 29 gennaio 2015 recante parere
favorevole alla variante urbanistica;
- i provvedimenti di
verifica di assoggettabilità ex art. 20 d.lgs. cit. dell'Assessorato Regionale
del Territorio e dell'Ambiente della Regione Siciliana nn. 54166 del 12
dicembre 2013 e 3963 del 29 gennaio 2014, nella parte in cui non era stato
rilevato che il progetto della controinteressata sarebbe dovuto essere
assoggettato ad A.I.A. ai sensi dell'art. 29 ter e seguenti del medesimo
decreto legislativo.
A fondamento del gravame
venivano dedotti due motivi così rubricati:
a) Violazione e falsa
applicazione degli articoli 6, 29 ter e seguenti del d.lgs. n. 152/2006
– Violazione e falsa
applicazione dell’art. 208 del dlgs. n. 152/2006
– Eccesso di potere per
travisamento dei presupposti di fatto e di diritto;
b) Violazione e falsa
applicazione dell’art. 3 della legge n. 241/1990
– Eccesso di potere per
difetto di istruttoria e travisamento dei presupposti di fatto e di diritto. Si
costituivano in giudizio in resistenza all’impugnativa il Libero Consorzio
comunale di Trapani, gli Assessorati Regionali dell’Energia e dei Servizi di
pubblica utilità, nonché al Territorio e Ambiente, e infine la
controinteressata.
2 All’esito del giudizio di
primo grado il Tribunale adìto con la sentenza n. 2487/2016
in epigrafe, disattesa l’eccezione di difetto di legittimazione attiva
sollevata dalle Amministrazioni regionali resistenti, giudicava nondimeno il
ricorso infondato nel merito, respingendolo.
3 Seguiva la proposizione
del presente appello avverso tale decisione da parte della ricorrente soc.
SICILFERT, la quale reiterava le proprie doglianze e deduzioni, sottoponendo a
critica le motivazioni con cui il T.A.R. le aveva disattese.
Le Amministrazioni regionali
competenti, il Libero Consorzio comunale di Trapani e la controinteressata
resistevano all’impugnativa anche nel nuovo grado di giudizio. La
controinteressata esperiva anche un appello incidentale con il quale veniva
riproposta l’eccezione in punto di legittimazione attiva già rigettata dal
T.A.R.. La ricorrente nel prosieguo del giudizio controdeduceva alle
argomentazioni avversarie e insisteva per l’accoglimento dell’appello.
Ricorrente e
controinteressata presentavano, infine, degli scritti di replica. Alla pubblica
udienza del 18 ottobre 2017 la causa è stata trattenuta in decisione.
4 Il Collegio deve
preliminarmente intrattenersi sull’eccezione di carenza di legittimazione
attiva riproposta mediante appello incidentale. L’eccezione è infondata.
4a La ricorrente agisce in
giudizio a tutela di un interesse incontestabilmente commerciale quale
imprenditore attivo nello stesso settore del trattamento dei rifiuti, e
pertanto in concorrenza con la controinteressata, stante la presenza anche
dello specifico requisito della c.d. vicinitas. Copyright © -
www.osservatorioagromafie.it Come ha ricordato il primo Giudice con dovizia di
richiami, cui può farsi senz’altro rinvio, la giurisprudenza dominante è
attestata nel senso che per poter qualificare favorevolmente la posizione
individuale, e perciò il diritto di azione, di un soggetto imprenditoriale
rispetto all’iniziativa di un suo potenziale concorrente, e poter ravvisare
quindi in capo al primo una situazione differenziata e giuridicamente
qualificata, va accertata l’esistenza di un legame territoriale che ponga in
relazione la posizione del primo con la paventata operatività del
controinteressato, l’elemento della vicinitas spaziale specificandosi, su
questo terreno, nella comunanza del bacino di clientela dei due soggetti. E
condivisibilmente il T.A.R. ha concluso, al riguardo, che l’esistenza degli
elementi indicati risultava per tabulas dall’identità dell’attività svolta
dalle due società e dalla notevole vicinanza fisica dei due impianti (circa tre
chilometri), in un settore caratterizzato, oltretutto, dall’esiguità del numero
degli operatori.
4b Questa conclusione è
contestata con l’appello incidentale della controinteressata limitatamente a
due specifici aspetti.
4c In primo luogo, si
sostiene che il prodotto finale (compost) della ricorrente non potrebbe
ritenersi comparabile a quello producibile dall’appellata, “alla luce del
maggior apporto qualitativo consentito, alla sola Vivai del Sole, di materiale
strutturante derivante dagli scarti vegetali di sfalci e potature provenienti
dall’attività imprenditoriale della stessa Vivai del Sole”: ciò tanto più per
la presenza riscontrata nel primo, a seguito di analisi dell’ISPRA, “anche di
materiali estranei alla frazione organica compostabile e persino di sostanze
contaminanti di origine antropica”, risultanze che farebbero parlare, a
proposito del prodotto generato dall’impianto della ricorrente, solo di un
“falso compost”. Le circostanze appena esposte non cancellano, tuttavia, il
fatto oggettivo che la ricorrente risulti pur sempre autorizzata, da ultimo con
provvedimento del 29 dicembre 2015, alla produzione di rifiuti compostabili
(con un limite annuo che per la tipologia di rifiuti 16.1. la più recente
produzione documentale del Libero Consorzio comunale di Trapani fissa in 55.00
tonnellate), e pertanto sia attiva, come in prospettiva la controinteressata,
nel medesimo settore dei rifiuti compostabili, con la conseguente applicabilità
dei principi poco sopra ricordati a supporto e conferma della sua
legittimazione alla presente impugnativa.
4d In secondo luogo, la
controinteressata riprende l’argomento per cui il pregiudizio che la ricorrente
paventa per il proprio giro d’affari sarebbe solo del tutto ipotetico. Le stime
ufficiali di fabbisogno d’impianti riferite al bacino d’utenza sino a oggi
servito dalla sola SICILFERT attesterebbero un fabbisogno provinciale di
complessive 83.000 tonnellate di rifiuti organici. Sicché la produttività
autorizzata in capo alla detta società farebbe comunque residuare una
scopertura (secondo la controinteressata di 33.000 tonn. annue, per la
ricorrente al più di 23.000 tonn.), la quale ben potrebbe essere colmata dal
nuovo impianto assentito senza reali pregiudizi per la SICILFERT.
Il Consiglio anche sotto
questo aspetto condivide, però, la conclusione del T.A.R. sull’impossibilità di
escludere la potenzialità lesiva per la ricorrente del provvedimento
autorizzatorio impugnato. La determinazione di fabbisogno sulla quale
l’eccezione fa leva è rapportata, come si vedrà meglio nel prosieguo, agli
standard imposti dalla normativa vigente, e segnatamente alla soglia minima
prescritta per la raccolta differenziata del 65 %. E’ però incontestato che una
simile soglia nell’area di riferimento, allo stato, sia lungi dall’essere stata
raggiunta (appello incidentale, pag. 28); e d’altra parte secondo le
statistiche allegate dalla ricorrente, che non hanno dato luogo a particolari
contestazioni, il quantitativo annuo dei rifiuti effettivamente provenienti
dalle raccolte differenziate ammonta, in atto, solo a circa 42.000 tonn., ossia
un volume che in concreto non satura nemmeno la capacità produttiva individuale
di tale operatore. Donde la conferma, nella decisiva prospettiva temporale
dell’attualità, della lamentata carica di lesività del provvedimento impugnato,
la quale potrà recedere grazie a un’effettiva espansione del mercato solo in un
futuro non definibile e, a stretto rigore, neppure del tutto certo.
5 Venendo al merito della
controversia, l’appello principale è fondato limitatamente alla riproposizione
del primo motivo dell’originario ricorso.
6a Con il detto motivo
(rubricato “Violazione e falsa applicazione degli articoli 6, 29 ter e seguenti
del d. lgs. n. 152/2006 – Violazione e falsa applicazione dell’art. 208 del d.
lgs. n. 152/2006 – Eccesso di potere per travisamento dei presupposti di fatto
e di diritto”) la ricorrente deduceva quanto segue. “Il progetto di impianto
oggetto del presente giudizio non poteva (...) essere approvato con
procedimento di autorizzazione unica ex art. 208 del d. lgs. 152/2006, in
quanto avrebbe dovuto seguire la procedura di Autorizzazione Integrata
Ambientale (AIA) ex art. 29-ter e seguenti del medesimo Codice Ambiente. (...)
l’attività autorizzata alla ditta odierna controinteressata consiste nel
recupero mediante trattamento biologico di rifiuti compostabili per una
potenzialità complessiva annua pari a 36.500 tonnellate /anno corrispondente a
100 tonnellate/giorno. Il suddetto quantitativo giornaliero supera pertanto la
quantità massima, di 75 megagrammi (tonnellate)/giorno di rifiuti non pericolosi,
soggetta a trattamento biologico, oltre la quale l’attività d’impresa è
soggetta alla procedura autorizzativa AIA (...)”. La dialettica tra le parti in
causa si sviluppava, quindi, attraverso i passaggi essenziali che il Tribunale
ha puntualmente riportato. Copyright © - www.osservatorioagromafie.it La difesa
regionale si opponeva alla censura osservando che “il decreto dirigenziale n.
68 del 28 gennaio 2016 ha autorizzato un quantitativo massimo annuo pari a
36.500 tonnellate: ma di esso solamente 24.500 riguardano frazione organica,
mentre 12.000 tonnellate consistono in “strutturante verde”. E’ bene
evidenziare che il comma 1 dell’art. 4 del decreto n. 68 separa espressamente
tali quantitativi”. E la ricorrente replicava, a tanto, che il c.d. strutturante
verde – ai sensi dell’art. 185, comma 1, lett. F), T.U.A. – non costituirebbe
rifiuto solo qualora venga utilizzato direttamente in agricoltura, nella
silvicoltura o per la produzione di energia, mentre diversamente sfalci e
potature rientrerebbero nel novero dei rifiuti ai sensi dell’art. 183, comma 1,
lett. A). del medesimo Testo Unico. 6b Nel presente grado di giudizio la
SICILFERT ha incisivamente criticato la sfavorevole interpretazione del T.A.R.
secondo la quale lo strutturante verde sfuggirebbe alla nozione di rifiuti in
forza della previsione dell’art. 185, lett. f), d.lgs. cit., e, di riflesso,
dovrebbe quindi essere sottratto anche al computo per la verifica della soglia
il cui superamento rende obbligatorio seguire la procedura dell’Autorizzazione
Integrata Ambientale. Ed è subito il caso di notare che l’appellante, con le
proprie critiche in merito, non ha travalicato i confini del thema decidendum,
ma si è semplicemente dedicata alla confutazione, dapprima, di un’obiezione
avversaria, e indi, dopo essere risultata soccombente sul punto, dello
sfavorevole apprezzamento espresso in proposito dal primo Giudice. 6c
L’interpretazione del T.A.R., la cui correttezza la controinteressata ha
difeso, è stata espressa attraverso la seguente motivazione. “In argomento non
pare condivisibile l’argomento esegetico della difesa ricorrente, secondo il
quale l’utilizzo in agricoltura che legittima l’esclusione dalla categoria del
rifiuto sarebbe esclusivamente l’utilizzo diretto: una simile limitazione soggettiva,
oltre a non potersi desumere dal tenore della disposizione in parola, non
avrebbe giustificazione alcuna nel sistema disciplinare cui la disposizione
stessa afferisce, che ha riguardo alla separazione fra i rifiuti da eliminare e
i materiali vegetali reimpiegati nel ciclo agricolo.”
6d Il Collegio ritiene che
questa interpretazione non possa essere condivisa, cogliendo invece nel segno
le critiche espresse su di essa con il presente appello. Prima di focalizzare
l’attenzione sul punto giovano, peraltro, due precisazioni. E’ pacifico, inter
partes, che l’inclusione, nel computo di capacità dell’impianto della
controinteressata, anche del quantitativo dello strutturante verde (che
l’impianto è stato autorizzato a trattare nella misura di 12mila tonnellate
annue), dovendo questo sommarsi alla frazione organica, pari a 24mila500
t/anno, renderebbe obbligatoria l’applicazione della procedura dell’A.I.A. ex
art. 29 ter e segg. del d.lgs. n. 152/2006, ai sensi dell’art. 6 della stessa
fonte e del relativo All. VIII, in quanto per tale via si supererebbe la soglia
A.I.A. di 75 t giornaliere (cfr. la memoria della controinteressata alla pag.
5). E’ altresì sostanzialmente incontroverso il dato per cui anche paglia,
sfalci e potature, di per se stessi, rientrerebbero, salvo deroghe operative in
concreto, nell’ampia nozione di rifiuto delineata dall’art. 183, comma 1, lett.
a) del d.lgs. cit. (cfr. la memoria della controinteressata alla pag. 13: “…se
non fossero stati previsti nella pertinente normativa come rifiuti, non avrebbe
avuto alcun senso introdurre per essi una deroga, a determinate condizioni,
dall’applicazione della disciplina della gestione dei rifiuti”). Tanto
premesso, il Collegio non può che ricordare che il primo comma del già citato
art. 185, nel testo applicabile ratione temporis, aveva, per quanto d’interesse
ai fini di causa, il seguente contenuto: “Non rientrano nel campo di
applicazione della parte quarta del presente decreto: OMISSIS
f) le materie fecali, se non
contemplate dal comma 2, lettera b), paglia, sfalci e potature, nonché altro
materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso utilizzati in
agricoltura, nella selvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa
mediante processi o metodi che non danneggiano l'ambiente ne' mettono in
pericolo la salute umana.” La lettura di questa norma rivela che ai fini di
causa riveste importanza centrale l’interpretazione della locuzione normativa
“paglia, sfalci e potature … utilizzati in agricoltura”.
A questo riguardo, però, è immediato
osservare che se si guarda all’uopo, come fatto dal Tribunale (ma, ancor prima,
dalla controinteressata), all’uso in agricoltura destinato ad avvenire solo a
valle del processo di compostaggio, quanto verrà utilizzato allora sarà proprio
il compost, e non già gli “sfalci, paglia e potature” in quanto tali. In altre
parole, come deduce la ricorrente, la norma da interpretare fa un chiaro
riferimento all’utilizzo in agricoltura proprio e specificamente dei prodotti
indicati (paglia, sfalci e potature), senza loro preventive trasformazioni,
onde in questo senso essa richiede un loro “utilizzo diretto” in agricoltura.
Non rientra, quindi, nell’ipotesi normativa l’evenienza in cui “l’utilizzo in
agricoltura” non riguardi i prodotti indicati, bensì un materiale rispetto ad
essi “terzo e diverso”, ossia il compost ricavato dalla loro sottoposizione a
trasformazione unitamente ad altro materiale. Da qui la correttezza della
conclusione di parte ricorrente che nella fattispecie concreta lo strutturante
verde non possa intercettare la deroga stabilita dalla summenzionata lett. f)
dell’art. 185, e pertanto il medesimo venga in rilievo, all’ingresso
dell’impianto di compostaggio, quale rifiuto, in quanto “sostanza od oggetto di
cui il detentore si disfi”, con la conseguenza di dover essere anch’esso
incluso nella verifica sul raggiungimento della soglia A.I.A.. Copyright © - www.osservatorioagromafie.it
6e La difesa della
controinteressata, per giustificare la propria posizione della non
computabilità dello strutturante verde al fine appena detto, invoca altresì, in
via subordinata, la categoria dei sottoprodotti, quale delineata dall’art. 184
bis d.lgs. cit., nella quale dovrebbero in tesi essere fatte rientrare, in
ultima analisi, anche le componenti dello strutturante. Negli atti impugnati
non figura però una definizione in tali termini dello strutturante verde. Né,
soprattutto, si rinviene traccia, negli atti di causa, della specifica
istruttoria amministrativa che sarebbe stata necessaria a pervenire a una simile
conclusione, la quale presupporrebbe un puntuale accertamento del concorso,
nella situazione concreta, della pluralità di condizioni indicate dalla nota
del Ministero dell’Ambiente del 27 maggio 2015 agli atti, cui ambo le parti
private si sono richiamate (accertamento che a sua volta richiederebbe la
preventiva, precisa definizione dell’origine/i dello strutturante da impiegare
presso l’impianto sub judice, punto sul quale si è manifestata in giudizio una
profonda divergenza tra le parti). Poiché, dunque, l’Amministrazione non
risulta avere condotto, sullo specifico tema, l’istruttoria tecnica e le
valutazioni all’uopo occorrenti, è evidente come queste non possano essere
esperite persaltum dal Giudice amministrativo. Competerà allora alla prima, nel
prosieguo della vicenda, ove le venisse sottoposta dall’istante la possibilità
di una simile qualificazione dello strutturante verde da impiegare nel suo
impianto, accertare se della medesima sussistano effettivamente in concreto gli
estremi, e in che misura (verificando all’uopo, in primis, l’esistenza del
requisito in base al quale la sostanza/oggetto da qualificare sia stata
originata da un processo di produzione). Ed è solo dopo l’esito di una simile
valutazione amministrativa che potrebbe essere promosso il sindacato
giudiziale, sullo specifico tema indicato, da parte di chi vi abbia interesse.
6f Allo stato degli atti, in
forza delle considerazioni che sono state svolte nel precedente paragr. 6d, il
primo motivo di ricorso è pertanto apprezzabile come fondato e meritevole di
accoglimento, atteso che l’impianto autorizzato risulta eccedere la soglia che
impone l’applicazione della procedura dell’A.I.A. in luogo di quella
dell’autorizzazione unica.
7 Con il secondo motivo
(“Violazione e falsa applicazione dell’art. 3 della L. n. 241/1990 – Eccesso di
potere per difetto di istruttoria e travisamento dei presupposti di fatto e di
diritto”) la ricorrente lamenta, inoltre, che il provvedimento autorizzativo
impugnato sarebbe stato emesso sulla base di atti e pareri presupposti a loro
volta viziati. Il mezzo è infondato con riferimento a entrambi gli aspetti in
cui si articola.
7a Sotto un primo profilo
s’insiste sull’assunto che il parere espresso dal Libero Consorzio comunale di
Trapani avrebbe illegittimamente certificato la carenza, nel territorio di
riferimento, di impianti della medesima tipologia, in contrasto con la presenza
a soli 3 km. dell’impianto della ricorrente. In proposito il primo Giudice ha
però già correttamente fatto osservare che il parere contestato non certificava
una radicale “assenza” di impianti similari, ma solo una loro carenza (“che è
concetto evidentemente relazionale, espressivo di un giudizio di valore e non
di fatto”), ossia insufficienza al soddisfacimento dei bisogni. Più in dettaglio,
la stessa narrativa dalla quale muove l’appello in scrutinio dà atto (pag. 3)
che l’avviso favorevole espresso nella seduta di Conferenza di servizi del 13
maggio 2014 aveva specificamente riguardato l’utilità del nuovo progetto ai
fini –si noti- del “raggiungimento delle percentuali di raccolta differenziata
prescritta dal legislatore”. Stante lo specifico parametro prospettico avuto di
mira dall’Amministrazione, si rivela pertanto sfuocata e, di riflesso, priva di
pregio la critica della ricorrente secondo la quale la riferita valutazione di
“carenza” sarebbe stata priva di fondamento fattuale in ragione della
limitatezza dei volumi effettivamente conferiti presso essa ricorrente, quali
emergenti dalle sue statistiche (v. supra, par. 4d). La ricorrente, d’altra
parte, non ha fornito alcuna valida ragione giuridica per censurare la
parametrazione della valutazione di fabbisogno sui volumi attesi alla luce
delle norme sulle percentuali di raccolta differenziata recate dalla disciplina
vigente (e, più segnatamente, alla luce dell’incremento di volumi che tali
previsioni rendono ragionevole attendersi nell’immediato futuro). Né è stato
contestato che le stime ufficiali dei due ex A.T.O. sulla cui base è stato
quantificato in concreto il fabbisogno fossero state confermate dal Piano
regionale dei rifiuti del 2012, circostanza che costituisce un indubbio indice
della loro serietà la quale, del resto, non è stata attinta da alcuna
persuasiva critica. La tesi di fondo della ricorrente a base della sua doglianza,
secondo la quale il proprio impianto sarebbe stato in grado ex se di saturare
la potenzialità del bacino territoriale di riferimento, deve dunque essere
respinta.
7b Il secondo profilo del
motivo investe la delibera del Consiglio comunale di Marsala n. 9 del 29
gennaio 2015, che ha espresso parere favorevole all’autorizzazione
dell’impianto in discussione “in variante allo strumento urbanistico (l’area su
cui dovrebbe sorgere l’impianto è infatti destinata a verde agricolo), in
considerazione dell’asserita inadeguatezza dell’area industriale del Comune di
Marsala ad ospitare tale tipologia di impianto”. La ricorrente, in funzione di
critica alla valutazione discrezionale comunale, ha prodotto una perizia nel
senso, invece, dell’adeguatezza delle aree della zona industriale a ospitare il
nuovo insediamento, e censurato quindi la scelta comunale a titolo di difetto
d’istruttoria. Il Tribunale, al riguardo, ha però disatteso la doglianza,
linearmente osservando che: - la censura esprimeva il tentativo della ricorrente
di spiegare, in chiave sostitutiva, come la scelta tecnico-discrezionale
dell’Amministrazione avesse delle alternative; Copyright © - www.osservatorioagromafie.it  - non è consentita una sostituzione della
scelta dell’imprenditore concorrente a quella dell’Amministrazione, anche
quando entrambe fossero legittime; - i tradizionali limiti alle scelte
dell’Amministrazione in sede di esercizio del potere di variante urbanistica
sono posti dalla giurisprudenza a tutela dell’interesse del proprietario, mentre
nella fattispecie la variante era, al contrario, favorevole all’interesse
dell’utilizzatore dell’area, e non risultano possibili lesioni a interessi
antagonisti. La doglianza, riproposta in questa sede, si sottrae all’eccezione
di carenza d’interesse opposta dalla controinteressata, in quanto sarebbe
comunque satisfattiva di un interesse, sia pure meramente strumentale,
all’annullamento dell’atto lesivo impugnato, in coerenza con il punto di mira
della ricorrente di non veder realizzato l’impianto concorrente. Il Collegio
reputa, tuttavia, che tale censura sia stata correttamente disattesa. La scelta
dell’Amministrazione si basa su di una compiuta motivazione, attraverso la
quale il Comune ha consapevolmente espresso la propria discrezionalità. L’Ente locale
ha invero posto in evidenza che, poiché l’intervento produttivo si configurava
come un’industria insalubre, e come tale doveva
rispettare il vincolo della distanza minima di 200 mt. dai centri abitati e
dalle fonti di approvvigionamento idrico, esso sarebbe stato incompatibile con
l’assetto urbanistico della zona industriale esistente in C.da S.Silvestro,
“in
quanto la stessa risulta ormai congiunta col tessuto urbano con la presenza di
numerosi nuclei residenziali abitati nelle vicinanze”. Donde la conclusione del
Comune di dare atto “che l’impianto, vista l’estensione dell’area necessaria e
le peculiarità delle attività condotte, non è collocabile nell’attuale zona
industriale esistente in quanto non compatibile per gli aspetti sanitari con la
presenza di nuclei abitati e/o la presenza di altre attività produttive
limitrofe”.
La ricorrente, dal canto
suo, come è stato già notato dal Giudice di prime cure, non può pretendere di
sostituirsi al Comune nell’apprezzamento dell’idoneità delle aree a recepire un
intervento: e questo vieppiù nel particolarmente delicato caso della
localizzazione di un’industria insalubre di trattamento di rifiuti. Le
contestazioni mosse dalla SICILFERT, pur
richiamando l’esistenza di alternative astrattamente ammissibili, non pervengono
a dimostrare la manifesta illogicità, irragionevolezza, né erroneità della
scelta dell’Amministrazione (oltretutto, coerente con il canone del minor
sacrificio degli interessi dei soggetti coinvolti dall’opzione urbanistica).
E il suo riferimento,
infine, all’esistenza di un’ulteriore area industriale, quella di C.da
Matarocco, già facente capo al Consorzio A.S.I., non è stato corredato della
dimostrazione, cui avrebbe dovuto accompagnarsi, dell’effettiva idoneità di
tale seconda area, anche rispetto alle iniziative ivi già in corso, alla
localizzazione dell’impianto.
7c Il secondo motivo deve
pertanto essere integralmente respinto.
8 In conclusione, in
accoglimento del primo motivo di ricorso
l’autorizzazione rilasciata alla s.r.l. Vivai del Sole ai sensi dell'art. 208
del d.lgs. n. 152/2006 deve essere annullata, in quanto il relativo progetto
sarebbe dovuto essere munito di Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).
La
circostanza che alcune delle doglianze di parte ricorrente siano però risultate
infondate, in una con la novità e complessità tecnica delle problematiche
trattate, giustifica, tuttavia, la compensazione tra tutte le parti in causa
delle spese processuali del doppio grado di giudizio.




2016 12 APRILE REALIZZAZIONE E GESTIONE DI UN IMPIANTO DI COMPOSTAGGIO E SMALTIMENTO DI RIFIUTI NON PERICOLOSI E AIA SICILFERT VIVAI DEL SOL


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