Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”


Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..

“ Non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie “

Pino Ciampolillo


sabato, maggio 21, 2016

Isola Pulita: Pannella e Pasolini, gli 'opposti paralleli' contro le due Chiese

Pannella


“Addio, me ne vado grazie per questo amore”

Laura Hart e Matteo Angioli hanno accudito Pannella nei giorni del dolore. “Diceva ‘ciao belli’ ai gabbiani”
FRANCESCO MERLO, la Repubblica • 21 Mag 16
CHISSÀ come si divertirebbe Marco a guardare se stesso con il rosario in mano. Su letto damascato, nella cameretta della Mater Dei, con due crocifissi alle spalle e tante suorine in bianco che sembrano quelle di Manara e di Fellini, il corpo smisurato del gigante somiglia a una scultura di Cattelan. Mirella gli ha messo al collo la sciarpa bianca tibetana, gli hanno infilato i jeans e i calzettoni di lana senza scarpe.
GLI HANNO ANNODATO la cravatta rossa; un sostegno di plastica sotto il mento gli tiene chiusa la bocca: «mai aveva avuto le mani fredde» dice Mirella.
Il rosario tra le dita glielo ha messo Remy, la signora filippina che lo ha aiutato in casa per 30 anni, ed è impossibile non pensare a Sciascia, anche lui con il rosario sistemato lì, in bell’evidenza, dalla moglie cattolicissima. Sciascia fu sepolto così, da ateo credente.
Matteo Angioli, pur non avendo nulla contro i rosari, dopo qualche ora sorride a Remy ma lo prende e lo infila dentro la tasca della giacca blu di Pannella: c’è, ma non si vede. Al posto del rosario, Matteo sistema un pacchetto di sigari in modo però che si veda e non si veda: rosario e toscanelli sono come gli anellini e i fiorellini in certi quadri di Lorenzo Lotto che non basta la prima occhiata per capire. Anche Pannella morto ha le sue inesauribili altre dimensioni. La filippina Remy è radicale «come il signor Pannella » , ma è anche cattolica «come l’ amico del signor Pannella». Di chi parla? «Del Papa».
Qualche ora prima, in via della Panetteria, mi avevano fatto sentire la voce di Papa Francesco che al telefono diceva a Pannella, sbagliando l’accento: «Si faccia un sigàro». E poi: «Quelli li fumava pure mio nonno». La telefonata era lunghissima perché Pannella, con l’eloquenza in apnea, non riusciva a trattenersi: ingiustizie, carceri, amnistia, Africa. E si scusava: «Non vorrei attaccare un bottone al Papocchio». Bergoglio lo invitava ad avere coraggio, e parlava anche del coraggio della Bonino che definiva «la piemontesa» aggiungendo: «è la persona che meglio capisce l’Africa». Pannella si augurava che «Dio illumini Emma» e poi: «lei, Santità, di Dio se ne intende».
La telefonata, videoregistrata, è conservata nel prezioso iPhone di Umberto Gambini. Arrivato da Bruxelles dove lavora per il Parlamento europeo, Umberto si è fatto portare da un tassista, «che piangeva per la morte di Marco», appunto in via della Panetteria dove io ero piombato alle otto del mattino svegliando Matteo e Laura per parlare di Pannella.
E cominciamo dalla fine, da Laura che lo coccolava mentre lo sedavano e da Marco che diceva le ultime parole, quelle che di ogni morto tutti vorrebbero sapere «in cerca – pensava Sciascia – dell’essenza di un uomo, nel tentativo di ingabbiare la complessità di una storia, di una intera vita in una frase risolutiva». Laura racconta: «Mentre gli accarezzavo la testa e il viso e mentre l’anestesista gli infilava l’ago in vena, Marco diceva ‘grazie’ e poi:’amore, amore amore’». Ma conveniamo, con Laura e Matteo, che «non esistono ultima verba perché alla fine c’è solo lo stravolgimento che è quello dell’inizio, e la battuta d’uscita ha lo stesso non senso del vagito di ingresso». Era impaurito ? «Sapeva che non sarebbe tornato indietro da quella sedazione che pure a tutti i costi voleva perché il dolore non era più domabile con le pillole e con la morfina somministrate in casa. A un infermiere che gli diceva ‘dopo qualche giorno tornerà a casa’ Marco aveva soffiato il fumo del sigaro in faccia. E noi abbiamo capito».
Matteo e Laura aprono l’archivio dei ricordi: video, audio, lettere, messaggi e mille piccole cose di grande importanza come nello scrigno di Napoleone a Sant’Elena. Mi mostrano un video dove Pannella malato si affaccia alla finestra e parla con i gabbiani: «Ciao bello, ciao belli». Marco è di schiena. In primo piano c’è quel codino che, mi disse, «mi consente di non far diventare gialli i capelli », una civetteria certo, come la giacca a doppiopetto del sarto abruzzese e come la cravatta vintage floreale di Yves Gerard. Eppure Marco stava ormai malissimo. Una volta gli chiesi se la sua eleganza era vanità. Mi rispose: «È rispetto».
Dunque Marco parla con i gabbiani, li segue con gli occhi e li indica col braccio, uno per uno: «grazie, grazie, grazie dell’amore, quello conta; l’odio è per i poveri stronzi». E sembra la rivisitazione radicale di San Francesco, il Cantico dei Cantici che, a causa di «poveri stronzi», inverte la retorica e diventa goliardico.
C’è pure un audio straziante dove Marco quasi rantola: «me ne vado», «addio ». Matteo cerca di calmarlo: «Marco, vieni qua, dammi la mano». Ma lui insiste: «Vado via per sempre». E Matteo, piangendo: «Non vuoi stare con me?». «Sì. Ora e per sempre con te». Davvero c’è un momento in cui il mondo non esiste più per chi dal mondo se ne sta andando.
E poi frammenti politici, ritagli di gioia tra una sofferenza e l’altra, «il bagno, per esempio, – racconta Laura – era simpatica fatica: perché Pannella era grande e spiritoso. Lui rideva in piedi dentro la vasca. E uno lo teneva e l’altra lo lavava, e intanto il sapone scappava via … Insomma, eravamo un’allegra brigata. All’improvviso però ci stringevamo l’uno sull’altro a fisarmonica e allora diventavamo una famiglia».Ascolto infine una solenne e al tempo stesso sofferta dichiarazione d’adozione, poco prima della sedazione. E di nuovo l’audio comincia ridendo, ma continua piangendo. E, tra i singhiozzi, si distingue lo schiocco dei baci: «Tu sarai per le anagrafi di tutto il mondo l’ultimo dei primi Pannella … È ufficiale, i notai siamo tu e io. Perciò piango, ma con felicità ». E dunque: «ti amissimo», «e io di più». Davvero è un’abbuffata di promesse e corpi stretti, di troppa vita che non vuol finire.
Matteo si riconosce nel viaggio di Dante e Virgilio, cita i versi, ma a me pare più Geppetto e Pinocchio, una storia ariosissima di adozione, di paternità non fisica, fatta di esperienze e non di seme, paternità cercata e costruita dentro le azioni e le avventure radicali, non nell’acido desossiribonucleico. Dice Matteo: «Non mi curo di chi parla di omosessualità, e sono indifferente a chi in questi anni ha mormorato la parola ‘plagio’ ».
Niente sesso? «Ma no! È vero che non c’erano pudori, che abbiamo dormito insieme, che stavamo nudi e che ci toccavamo. Mai però i toccamenti erano sessuali. Amore sì. Lui diceva che la natura gli aveva dato un fratello minore. Poi, come hai sentito, voleva adottarmi». Laura conferma e racconta: «Mi ha accettato a furia di sguardi burberi e di sorrisi teneri, come si accetta la fidanzata di un figlio ». È vero che aspettate un bimbo? «È vero che lo vogliamo. Quando venne Vasco Rossi abbiamo scherzato perché mi chiamo Laura e vengo dal Nord come la Laura della sua canzone: ‘Laura aspetta un figlio per Natale / e tutto il resto adesso può aspettare’. Vasco disse: manca solo il figlio a Natale. E i giornali mi hanno vista gravida». A settembre si sposeranno a Buggiano, in provincia di Pistoia. «Marco voleva fare il testimone e fare con noi la lista degli invitati, poi ha capito che il suo tempo era finito e ha smesso di parlarne». C’è un testamento? «No». E l’eredità politica? «È nelle mani delle persone di fiducia, che mai sono stati burattini: Maurizio Turco, Rita Bernardini, Alessio Falconio…. So che non è facile parlarne adesso, ma Marco credeva molto nella battaglia per il Diritto alla Conoscenza …». Alla Mater Dei solo dottori, infermieri e suore hanno il diritto di conoscere Pannella, di visitare l’ultima cameretta non aperta al pubblico. C’è il cappellano, don Tonino Manca, che era corso a dargli la benedizione quando il suono cadenzato del respiro catarroso si era improvvisamente fermato e le dita erano diventate blu. Tra poco lo metteranno nella bara per esporlo alla Camera, al partito, in Piazza Navona, ma ora e qui vengono solo gli intimi, i medici, un’anziana signora che nessuno conosce, Marco Bellocchio che ha fretta perché deve partire per lavoro, Emma … Lo baciano, lo accarezzano, gli parlano.
Non voleva morire, «non voleva andarsene » mi dice Mirella, la ‘ragazza’ di Marco, la bella ‘moglie’dottoressa con la quale Marco si prendeva e si lasciava per evadere dalle galere ideologiche del matrimonio, per salvare l’amore dalla noia: tante risate e mai un ghigno, mille sorrisi e non un rancore. «Con lei io non convivo – diceva Marco- ma vivo con». E ancora: «La soffitta dove sto è di Mirella, io ci abito e lei paga tutto, anche le tasse». Mirella è solare, anche lei piange e ride come gli abitanti dei Tropici di De Gregori : «Ogni tanto faceva segno di spararsi in testa, ma non si lamentava mai – mi dice – e non ha mai parlato di funerali. Abbiamo deciso di seppellirlo a Teramo perché lì ci sono suo padre e sua madre e perché il Comune aveva donato i loculi anche per Marco, per sua sorella e per me. La sorella di Marco scelse di far disperdere le ceneri nella vigna. E anche io, pensandoci, preferirei la cremazione. Marco accettò i loculi senza dir nulla». E i funerali? «La sola cosa che ha scelto Marco è la musica: All Time Jazz Band. Suonerà Carlo Loffredo, che pure lui diventa vecchietto».
Mirella sta cercando una frase da incidere sul loculo. Scarta il francese che «nel cimitero di Teramo sarebbe snob». Pensa a “Spes contra Spem” che rimanda a Paolo di Tarso e fu il motto di Giorgio La Pira, ma poi le viene in mente il Bergson di Marco, l’idea che si può entrare e uscire da una vita in qualsiasi punto e ritrovarla sempre intera: mentre beve l’orina in tv, oppure malato a casa sua, quando era un grosso Mangiafuoco logorroico che faceva ostruzionismo in Parlamento; nel flusso di coscienza c’è anche lo scheletrico ragazzo imbavagliato, con il girocollo nero e il lunghissimo naso affilato … «È la frase che lui diceva sempre e che davvero lo riassume molto: Sciascia si chiedeva se la memoria ha un futuro, Panella rispondeva che ‘La durata è la forma delle cose’ ».


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La processione nella casa di Pannella: "Ho già detto a tutti quello che devono fare al momento giusto"


La processione nella casa di Pannella: "Ho già detto a tutti quello che devono fare al momento giusto"

Nella mansarda di via della Panetteria insieme a Matteo Angioli e Laura Hart che lo hanno accudito fino alla fine
NELLE ultime settimane, quando gli italiani lo trattavano da sopravvissuto,Marco pensava soprattutto al passerotto che ogni giorno si posava sul suo davanzale: "Credi che sia sempre lo stesso, oppure si danno il cambio come gli amici che mi vengono a trovare?". Matteo Angioli e Laura Hart, che sino alla fine gli hanno regalato le loro giovinezze, incoraggiavano il rito tribale delle visite all'uomo piegato su se stesso perché "lo fanno sorridere - dicevano - e lo rendono allegro". Poi, a bassa voce: "Lo resuscitano". Gli dissi: "Marco, scrivono i tuoi necrologi mentre sei in vita. Ti trattano come fossi morto". Rispose: "E sono pronti, da morto, a trattarmi da vivo". E abbiamo riso, ma senza cattiveria, della prosa funeraria italiana, "un genere eccellente e smisurato che dilaga sui giornali grazie agli specialisti in coccodrilli. E' l'industria dolciaria degli estinti, magnificati in genere solo dopo la morte". E Pannella cambiò anche l'abusato aforisma: cattivi con i vivi e buoni con i morti. "Con me è diventato: cattivi con i vivi e buoni con i morituri. Che dici: mi faccio accoppare? Pensa che begli articoli ...".



Chiesi a Marco: "Potresti vivere senza i radicali, senza Matteo?". E poi chiesi a Matteo: "Potresti vivere senza Marco?". E non so chi per primo cominciò a parlarmi di Dante e di Virgilio alle soglie del Paradiso. Il canto è il trentesimo del Purgatorio: Dante, che finalmente vede Beatrice e riconosce in lei i segni dell'antica fiamma, si volta per trasmettere a Virgilio la sua emozione. Ma Virgilio non c'è più, se n'era andato: "n'aveva lasciati scemi /di sé, Virgilio dolcissimo patre". Pannella aveva immaginato così il distacco. Volontariamente, alla soglie del Paradiso, sarebbe andato a farsi sedare: "Tutto è predisposto, senza lacrime, "ché pianger ti conven per altra spada"".

Marco, ma tu hai paura di morire? "Al contrario, ho paura di vivere troppo". Aveva visto Benigni recitare in tv l'addio di Virgilio: "Mi ha divertito e commosso". Marco e Matteo mi avevano detto: "Quello è davvero il grande poeta italiano". A me parve una banalità: "Certo, Dante, lo so ...". E Pannella: "No, stiamo parlando di Benigni".

E intanto con infinita pazienza Matteo e Laura lo prendevano di peso, lo manomettevano, lo calmavano e lo eccitavano, sopportavano i suoi umori a volte insopportabili. Poi arrivava Mirella, arrivava Rita ... E gli allenavano la memoria: "Marco, ti ricordi quando Gianluigi Melega disse che eri diventato "troppo" per tutti, "come una portaerei nel lago di Nemi?" Che anno era?"."E vediamo se indovini chi pronunziò questa frase: "Ci sono troppe splendide cose che potremmo fare con il nemico per pensare a eliminarlo"". Marco sorrideva: "Gandhi". "No. Tu".

Dormiva quando il dolore glielo permetteva: "Ma i sedativi non mi bastano più". L'uomo che diceva di sé: "Io vivo nelle strade, negli aeroporti, nei treni", era un'anima reclusa che, solo grazie all'amore radicale, non è stato mai un'anima in pena. Marco chiamava Laura "la padrona". E li toccava, lei e Matteo, più di quanto toccava tutti gli altri: piccoli pugni sulle braccia, qualche pizzico, carezze e baci sulla guancia. Con il Dalai Lama, nell'ultimo incontro, si toccarono per più di mezzora, "se fai qualcosa che non mi piace vengo a Roma e ti do un morso" gli disse il capo del Buddismo tenendogli la mano nella mano.

Quando Marco si svegliava cercava subito Matteo. E Matteo c'era. Che cosa è un'assistenza radicale? "E' la ragione al posto della pietà. Ridere, commuoversi e pensare ". Ho raccontato a Pannella che quando morì Alessandro Manzoni cominciarono subito a circolare, con gli aneddoti più strambi, i cimeli di ogni genere: libri, lettere autografe, ma anche feticci, sino al dente guasto e alla ciocca di capelli bianchi, una lanugine stopposa, che il cameriere Vismara strappò all'amato cadavere e che è rimasta custodita, insieme alla famosa tabacchiera di legno, nel collegio di Merate, dove il Manzoni da giovane aveva patito e che perciò aveva cantato come "sozzo ovile ". Da Pannella ho persino visto la foto di un fecaloma. Marco, che pure è stonato come una campana e che da Radio Radicale ha persino eliminato la musica leggera, mi rispose con una canzone: "Da un po' di tempo mi suona nella mente, l'ho persino sognata, è una specie di malessere musicale ". E l'ha cantata per me: ""Ma pecché, pecché ogne sera /penzo a Napule comm'era/ penzo a Napule comm'è". Ecco il problema: com'era e com'è". E concluse con un must pannelliano: "La durata è la forma delle cose".

Ricordo bene quando Marco e Matteo arrivarono, come due banditi, a casa mia, in campagna, la sera di Santo Stefano del 2000. Matteo era tornato dalla Nuova Zelanda dove era andato a studiare. La passione tra loro era scoppiata per mail: un'educazione sentimentale radicale, frammenti di un discorso amoroso digitale. Me li diedero da leggere mentre mangiavano i resti freddi del pranzo di Natale: tacchino farcito, salsicce e bacon, bread sauce e cranberry sauce, cavolini di Bruxelles... Pannella diceva che il pranzo di Natale "è una complicata algebra, addizioni e sottrazioni di gusto, di tatto, di inclinazioni dell'anima", e intanto io leggevo quelle pagine belle e intense che Marco voleva pubblicare perché - sosteneva - "questo è il futuro radicale". Ripartirono alle tre del mattino sotto l'acqua lasciandomi quella vecchia carta riempita di modernissime mail.
Nel mondo radicale quel libro, che mai è stato pubblicato, è diventato mitico "come le miniere nella corsa all'oro", come Juvenilia di Hemingway, come la valigia nera di Benjamin ... Di sicuro ha alimentato il gossip sulla omosessualità di Pannella che non ha mai distinto tra amore e sesso: "Pasolini diceva di avere usato il "ti amo" una sola volta in tutta la sua vita, scrivendo a me: "sai quanto ti amo e quanto sono dalla tua parte" ". Matteo fece un'intervista al Corriere per spiegare, ma poi si rassegnò: "So bene che Marco passa per il primo frocio d'Italia".

Sedici anni dopo, Matteo e Laura, la sua compagna fiamminga, plurilaureata, carica di master e dottorati, una Beatrice radicale, hanno trasformato la soffitta romana di Pannella nel sanatorio della Montagna Incantata. Quella casa sino all'altro ieri, sino all'ambulanza che lo ha portato in clinica a morire davvero, è stata il laboratorio metafisico della politica, da Berlusconi a Bertinotti, il luogo dove si discuteva e si facevano esperimenti di trasmutazioni d'essenze: i carcerati, Vasco Rossi... Quando, per esempio, venne Matteo Renzi a toccare il corpo dello sciamano, Marco parlò pochissimo. Ascoltò lui e Roberto Giachetti e Filippo Sensi che rievocavano i rapporti tra i radicali e la sinistra, la reciproca insolenza e la febbre lessicale dentro una grammatica etica comune: Ingrao e Cossutta che "provava per noi un certo amore, ricambiato ". E le visite del vecchio Bordiga "che da vecchio si sentiva radicale". E poi Vittorini, Sciascia, Tortora, Moravia, Spinelli ... sino a Modugno: "Spesso - diceva Pannella - il radicalismo è stato una bella maniera di invecchiare". A sera poi arrivò Clemente Mimun e gli chiese: "Come ti è sembrato il nostro presidente del Consiglio? ". Lui lo guardò leggermente irritato: "Mica l'ho visto, non è ancora venuto". E' stato quello il momento in cui tutti, anche Matteo e Laura, abbiamo pensato che forse il nonno d'Italia avrebbe dovuto vivere nascosto in una nuvola di onori, agi, conforti domestici, medici e dolcezze familiari, tra gente che da lui non pretendesse più nulla. Non è andata così: "Te lo immagini con gli occhi vitrei e smemorati?", mi diceva Matteo. Pannella non lo avrebbe permesso. E infatti Pannella non lo ha permesso: "Tutti - mi disse - sanno quel che debbono fare". Dunque Marco Pannella, in quella casa, in via della Panetteria, dava a tutti del ragazzo in abruzzese, "bardasce, mammucciòne", ma con gli occhi inseguiva le luci che si allungavano e si muovevano sul letto e sulle sue gambe lunghe e magre. Recluso in casa, gigante in soffitta , l'incontenibile si lasciava conquistare solo dalla finestra amica, cercava il cielo coperto e piovoso: "Oggi sono contento perché la luce, quando è così dolce, mi piace molto". Anche Leopardi negli ultimi giorni cercava la luce. Una volta che andai con Oliviero Toscani lo abbiamo osservato mentre dormiva: "Guarda, sembra un capo indiano". In t-shirt bianca e mutandoni mi disse: "Il digiuno mi ha mangiato i muscoli perché il corpo mangia se stesso ma scarta il grasso".

Oliviero, che scattava foto, si accorse che la casa gli ricordava quella di Andy Warhol."Perché?", gli chiese Marco. "Perché sei circondato da cose che non si somigliano tra loro se non nel fatto che ciascu- na di esse somiglia a te: il ritratto del prozio monsignor Giacinto, gli ingombri africani, questi pezzi di antiquariato senza valore, e poi le statue, le teste addobbate con i nastrini dei congressi ... l'aria da eternità studentesca".
Qualche mese prima quando Pannella non stava troppo male, e ancora ogni tanto usciva, ero andato a trovarlo con due dei miei figli. Il più piccolo di 13 anni non voleva venire. "Perché vuoi che venga?". "Per toccare la storia d'Italia". Pannella lo conquistò, gli fece visitare la soffitta delle meraviglie, aprì armadi, svuotò cassetti, salirono su una scaletta di ferro e sbucarono in terrazza, gli regalò un ombrello che aprendosi scaricava acqua, gli fece indossare le sue famose bretelle che come quelle del filosofo Siegfried Kracauer "legavano le idee più fantasiose alla terra più ferma", gli annodò qualcuna delle sue strambe cravatte antipartitocratiche, libertarie, nonviolente, antiproibizioniste. "Quando non stanno sul collo - gli disse - dormono e fanno sogni allegri". E intanto fumava i toscanelli, "70 al giorno, ma sono alla grappa, e dunque Bacco impedisce al tabacco di puzzare: il fumo diventa pro-fumo".

Aveva due tumori, "uno qui" diceva portandosi la mano al polmone sinistro, "e l'altro qui" diceva portandosi la mano al fegato. Ma ne parlava solo se glielo chiedevamo e sempre allegramente, come se nei guai fossimo noi che volevamo sapere "come stai?" e non lui che rispondeva "sto benissimo ". Il coraggio della malattia "è in fondo



Ciao Marco Pannella 


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Pannella e Pasolini, gli "opposti paralleli" contro le due Chiese


L'intellettuale vide nel politico un alleato nell’Italia dominata da Dc e Pci. Il loro, un feeling di cuore più che di idee

UNA DELLE PRIME volte che Pasolini cita Marco Pannella è in un'intervista su "il Mondo", luglio 1974. Gli riserva un ritratto innamorato: "Parlando con meravigliosa vivacità e allegria, malgrado una cinquantina di giorni di digiuno". Sarà solo il primo di una serie d'interventi, lettere pubbliche, riferimenti, fino al discorso mai pronunciato al Congresso dei radicali nel novembre del 1975: è morto due giorni prima. Il regista, che scrive sulle prime pagine dei quotidiani borghesi, vede in Pannella un eretico, uno come lui: un uomo che si oppone al nuovo "Regime", espressione che ha fatto subito sua.


Siamo nel centro della polemica contro la società dei consumi, il Nuovo Fascismo del Potere, ben più terribile e devastante del Fascismo storico. Gli pare che Pannella sia uno dei pochi alleati in questa lotta, che lo vede isolato e attaccato da tutti. Dissentono i vecchi amici come Sciascia e Calvino; i comunisti, cui si è sempre dichiarato vicino, l'attaccano apertamente. Come potrebbe essere diversamente? Pasolini spiega dalle colonne del Corriere della Sera che non vi è alcuna differenza tra fascisti e antifascisti, che i giovani di sinistra non si distinguono più da quelli di destra.



Neppure i capelli lunghi sono un segno attendibile; anzi, comincia la polemica contro il Nuovo Potere nel gennaio del 1973 scagliandosi contro i capelloni. In questa contesa, che lo porterà a schierarsi persino contro l'aborto, Pannella gli appare come l'unico che ha il coraggio di rompere con i vecchi schemi politici e culturali dell'antifascismo post-resistenziale. Lo cita nella recensione al libro di Andrea Valcarenghi, Underground : a pugno chiuso (1973); le pagine di prefazione di Pannella, scrive, sono "un avvenimento nella cultura italiana di questi anni". Perché? Perché Pannella dà dei fascisti agli antifascisti, perché l'antifascismo è poco più che un alibi, perché indica in Moro, Tanassi, Fanfani, Rumor, Gronchi, Segni, i fascisti che stanno al potere. E sono loro che hanno realizzato quella che Pasolini chiama "la rivoluzione antropologica" avvenuta in Italia nel dopoguerra che ha trasformato in modo profondo, non solo la vita, ma anche l'anima degli italiani. Arriva a dichiarare: "Che paese meraviglioso era l'Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo!". Sono la lotta non violenta, i digiuni, i paradossi, il continuo sparigliare le carte del leader radicale, la sua opposizione al sistema dei partiti cementato intorno alla DC e il Pci, ad attrarlo.



D'altro lato Pannella non è omofobo, come gran parte della cultura democristiana e comunista; non è cattolico, è laico; ai suoi occhi persino "luterano". L'identifica con quello che quello a un certo punto chiamerà "il cuore", ovvero le ragioni che mettono in discussione l'illuminismo e il razionalismo incarnato dai vecchi compagni di strada, i comunisti, gli scrittori della sua generazione. Pannella è l'eroe della lotta contro il Potere che corrompe tutto e di cui fornirà il terribile ritratto in Salò-Sade . D'altro lato, il capo radicale, da animale politico qual è, trova in Pasolini un alleato nella polemica quotidiana. Non è forse il più famoso intellettuale italiano? In realtà, si trattava di un equivoco. Pasolini non si era accorto, o fingeva di non accorgersi, che la rivoluzione dei diritti civili, la liberazione sessuale, sostenuta da Pannella era parte del nuovo consumismo, l'avanguardia del liberismo e del narcisismo di massa dei decenni successivi. E da parte sua Pannella, paladino del divorzio, dell'aborto, fingeva di non accorgersi che Pasolini scriveva contro la liberazione sessuale che nevrotizzava i giovani, contro il coito eterosessuale e l'aborto.



Come spiegare questo equivoco, che oggi ci appare in tutta la sua evidenza? Con la "meravigliosa vivacità e allegria". Pannella era davvero diverso dalle "lugubri" facce dei democristiani e da quelle compassate dei funzionari del Partito Comunista. Un feeling fondato su un'attrazione anche fisica, per Pasolini premessa d'ogni simpatia, una sintonia che riguarda il cuore e non le idee. Pannella è il suo doppio. Entrambi hanno "gettato il corpo nella lotta". Non c'è stato il tempo di mettere alla prova questa convergenza nei decenni seguenti, di verificare il vitalismo che li univa, quando la rivoluzione antropologica è giunta al suo culmine con l'avvento delle televisioni commerciali, il consumismo di massa, l'affermazione del liberismo del godimento che Pasolini aveva preconizzato e temuto, e che il leader radicale ha contribuito a suo modo a realizzare. Pannella è sopravissuto a se stesso, mito vivente, prolungando il proprio vitalismo autocelebrativo, mentre Pasolini è diventato un'icona, vittima del vitalismo autodistruttivo che l'abitava. Destini paralleli e opposti.




Con questo articolo inizia la sua collaborazione con "Repubblica" Marco Belpoliti, saggista e scrittore. Il suo ultimo libro è "Primo Levi. Di fronte e di profilo" (Guanda).

http://www.repubblica.it/cultura/2016/05/21/news/marco_e_pier_paolo_gli_opposti_paralleli_contro_le_due_chiese-140257011/



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